La dipendenza da fonti fossili minaccia la sicurezza.

Annalisa Corrado, europarlamentare del Partito democratico. Partiamo dal libro, Le ragazze e il colibrì, edito da People. Insieme a Elisabetta Tola affrontate il tema della crisi climatica partendo dalle storie di quattro volti femminili dell’ambientalismo: Teresa Ribera, Tina Merlin, Laura Conti, Polly Higgins. Perché partire da questi nomi?
Perché ognuna di loro, in un modo diverso, ha dato un grande contributo all’ecofemminismo, come politica, come giornalista, come scienziata, come giurista. Sono storie di donne straordinarie, che hanno sfidato lo spirito del loro tempo e ci trasmettono lezioni che il movimento ambientalista dovrebbe tenere in considerazione anche oggi. Il pragmatismo che non dimentica la visione, il senso di solidarietà tra esseri umani e la consapevolezza che non esiste la possibilità di essere sani in un pianeta malato, né di risolvere i conflitti con la violenza. Le storie di queste donne rappresentano i valori della solidarietà e dell’empatia, valori che non mancano mai nelle storie delle donne che cambiano davvero la storia. D’altronde, chi protegge la Terra protegge se stessa.

Tina Merlin è stata anche una giornalista dell’Unità, e per questa testata ha raccontato il disastro del Vajont. Perché la sua storia è particolarmente interessante?
Quando scriveva dei rischi che vivevano le popolazioni locali, Tina Merlin non era creduta anche perché metteva in discussione il potere, perché era scomoda perché era una donna. Ma mi interessava anche il tema del rapporto fra ambiente, popoli e grandi opere. Oggi, più di 60 anni dopo, il rapporto fra natura e infrastrutture è ancora attualissimo: ci sono frequenti inondazioni aggravate nel loro impatto dal consumo eccessivo di suolo, per non parlare del fatto che stiamo pensando di costruire un ponte senza precedenti in un’area a rischio sismico come lo Stretto di Messina. Ma anche la storia di Laura Conti, che ha avuto un ruolo chiave nella consapevolezza dei danni del disastro di Seveso, ci ricorda storie di oggi sul rapporto fra ambiente, produzione e salute: basta pensare ai PFAS.

Perché le donne rappresentano particolarmente bene il movimento ecofemminista?
L’ecofemminismo parte dalla messa in discussione del sistema vigente, capitalista, estrattivo e patriarcale. Per questo in molte parti del mondo, anche e soprattutto in altri continenti dove le donne sono spesso relegate a un ruolo più marginale nella società, sono proprio le figure femminili quelle che portano avanti queste battaglie. Aver relegato le donne alla cura per secoli ha avuto l’effetto positivo di obbligarci ad andare al passo del più lento e non poterci mai permettere di perdere lo sguardo sistemico attraverso il quale interpretiamo il mondo. La natura e le donne subiscono la medesima oppressione, quella del patriarcato e del sistema capitalista: per questo il loro attivismo è spesso più sentito e lucido.

A proposito di Teresa Ribera, che è una delle quattro protagoniste del libro, il Green Deal da lei sostenuto è oggi costantemente messo in discussione, anche dalla destra italiana. Dobbiamo davvero ripensarlo?
L’attacco al Green Deal, mentre assistiamo all’ennesima crisi energetica dovuta alla dipendenza dalle fonti fossili, è decisamente antistorico, come molte delle posizioni sostenute dalle destre di questi tempi. Basti pensare che proprio la Spagna di Pedro Sánchez, che ha voluto Ribera come ministra della Transizione, oggi corre a ritmi che noi ci sogniamo grazie agli investimenti nelle energie rinnovabili, nella parità di genere, ma anche grazie al salario minimo, allo stop ai contratti pirata e a una vera integrazione degli immigrati. Una ricetta decisamente di sinistra, che risponde in modo costruttivo alla contemporaneità invece di respingerla e provare a fermarla, come vorrebbe fare la destra.

Secondo i critici il Green Deal renderebbe l’Europa meno forte e autonoma, ma è così?
Non è così, e lo dimostra proprio il presente che stiamo vivendo. La più grande minaccia alla nostra sicurezza e alla nostra autonomia è la dipendenza dalle energie fossili. Se dobbiamo tagliare i legami con la Russia o se si chiude lo Stretto di Hormuz, improvvisamente le nostre economie sono in pericolo. Anzi, proprio chi ha capito la lezione del 2022 ha fatto grandi passi avanti nelle rinnovabili tagliando la dipendenza dal gas e dal petrolio. Purtroppo, non l’Italia di Giorgia Meloni che infatti sta vivendo un crollo della produttività industriale mai visto e che paga le bollette più alte d’Europa. Il Green Deal non sarà popolare come pochi anni fa, ma l’Europa non può e non deve abbandonare le proprie ambizioni climatiche. Anche perché il nostro Paese è fra quelli che subiscono maggiormente la crisi climatica, con effetti sempre più devastanti sull’economia e sulla salute pubblica.

Quando si parla di sicurezza, invece, oggi in Europa si parla più spesso di armi, come in occasione della decisione di investire il 5% del PIL nella difesa. È una scelta giusta?
No, è proprio questo il punto: l’attualità ci dimostra che la grande debolezza del nostro continente è la dipendenza dalle fonti fossili. La coesione sociale e la decarbonizzazione ci porterebbero a una solidità e ad una autonomia strategica che oggi non abbiamo, a una reale sicurezza e, in definitiva, ad avere un’economia più competitiva, perché non saremmo costretti a pagare l’energia più cara d’Europa. Per questo il Green Deal per noi è un Freedom Deal. Fra l’altro, Trump non fa mistero che proprio la fame di fonti fossili sia fra le ragioni principali della sua politica estera aggressiva e invasiva, in Iran come in Venezuela, in Groenlandia come a Gaza: a proposito di sicurezza, guerre e ambientalismo.

Il governo italiano ha riaperto al nucleare. Può aiutare l’Italia nel suo inseguimento all’indipendenza energetica?
Sicuramente non nei prossimi anni. Il decreto approvato, oltre a essere una delega in bianco al governo, è un salto nel vuoto. Non siamo contrari alla ricerca sul tema, ma oggi sia i piccoli reattori SMR sia gli AMR non danno alcuna garanzia riguardo a tempi, impatti e costi. Sicuramente parliamo di tecnologie che, nelle migliori ipotesi, arriveranno fra mille incognite tra un decennio, quando chissà che progressi saranno stati fatti con le rinnovabili. La fusione, addirittura, è un progetto sul quale non abbiamo alcuna certezza. Il decreto serve solo a fingere di fare qualcosa, strizzando l’occhio a chi vorrebbe il nucleare di terza generazione avanzata e a chi non vuole le rinnovabili.

Fra chi ha criticato recentemente il Green Deal c’è anche Roberto Vannacci, ma le sue esternazioni che hanno fatto più discutere sono quelle sui diritti delle donne, in particolare sulla proposta di abolire le quote di genere e il reato di femminicidio.
Vannacci è esattamente il distillato del cattivismo che è stato via via sdoganato negli ultimi anni: ormai, per attirare un po’ di attenzione, deve spararla sempre più grossa, spesso con modi un po’ goffi e tragicomici, come mandare avanti Laura Ravetto, che in pochi giorni, passando dalla maggioranza a Futuro Nazionale, ha iniziato a sostenere tutto il contrario di quel che diceva prima, anche sul femminicidio. Ma a loro, del resto, non importa capire i problemi e trovare le soluzioni, ma solo intercettare paura e soffiare sull’odio per un voto in più.

Vi preoccupa l’attenzione che sta ricevendo e la crescita nei sondaggi?
Vannacci cresce proprio sulle ceneri di un governo fallimentare. Gli elettori che hanno sostenuto Meloni e Salvini si aspettavano che l’Italia crescesse, e invece si sono trovati la crescita zero, il costo della vita alle stelle, le guerre, la paura per il futuro. Quel che dice Vannacci è solo la solita ricetta della destra, che già si è dimostrata fallimentare ovunque, non solo in Italia: negare la violenza del patriarcato, escludere le donne dalla società, negare la crisi climatica sposando tutte le peggiori tesi anti-scienza, pensare di poter rendere i Paesi fortezze inaccessibili e nel frattempo inondarli di cemento e di odio contro tutto ciò che non somiglia loro. Il contrario di tutti i più alti momenti dell’evoluzione umana: dall’Agenda 2030 per gli SDGs alla Laudato si’ di Papa Francesco. Parliamo di un uomo bocciato come cristiano da Papa Leone in persona e sospeso dall’esercito. Una cambiale firmata col futuro verso violenza e guerra.

Nel libro c’è anche un capitolo finale in cui si parla della sua esperienza sulla Global Sumud Flotilla. Nove mesi dopo, perché è importante parlarne?
Questa scelta è nata dall’urgenza di raccontare e di tenere accesa la luce sul genocidio. Lo insegnano anche alcune storie del libro: spesso, per far arrivare la tua voce, non basta urlare, ma bisogna fare qualcosa di straordinario, spendendosi tanto in prima persona, ma insieme a tante altre persone che credono in una causa. La Flotilla ha ricordato a tutti noi che è sempre possibile scegliere da che parte stare e che l’onda anomala che le persone sono in grado di attivare può davvero fare la differenza, quanto meno nel risveglio dell’opinione pubblica.

Dopo nove mesi da quella spedizione, come vede la situazione a Gaza e in Cisgiordania?
La situazione a Gaza continua a essere drammatica, anche se ne parliamo meno. E ora anche il Libano vive una situazione simile, anche se, fra la guerra con l’Iran e il presunto cessate il fuoco a Gaza, oggi si parla meno di Palestina. L’ultima spedizione della Flotilla, che è terminata con l’arresto degli equipaggi, le torture e le umiliazioni ostentate da Ben-Gvir, ha avuto il merito di sbattere in faccia a tutti qual è la realtà del governo israeliano di oggi. Il governo Meloni, tra i governi che bloccano l’azione anche in Europa, si sta prendendo con il mondo e con la storia una responsabilità inaudita con il suo immobilismo rispetto alla più grande tragedia dei nostri tempi.

Fonte: l’Unità

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