E strategica.

Orlando: “Riteniamo che la questione della reindustrializzazione del Paese abbia una valenza assolutamente di carattere politico. L’impressione è che nella competizione apparente tra Cina e Stati Uniti in verità, per usare la metafora del premio canadese, nel menù ci sia l’Europa, soprattutto la manifattura europea, la cui difesa è una condizione per la difesa del lavoro e della qualità del lavoro. Noi siamo in una regione, la Liguria, nella quale abbiamo sperimentato una traslazione dalla industria ai servizi e che progressivamente si determina una caduta del livello medio dei salari e una riduzione della continuità occupazionale”. Lo ha detto l’ex ministro del Lavoro e responsabile Politiche industriali del Pd, Andrea Orlando, nel suo intervento al sesto incontro sulle filiere industriali, dedicato alla siderurgia, promosso a Genova dal Forum Industria del Pd.

“L’Italia, deindustrializzandosi, ha costruito un modello che esporta forza lavoro qualificata ed importa forza lavoro da qualificare perché oggettivamente questo gap salariale – osserva l’ex ministro dem – che sta diventando sempre più significativo, sta producendo un flusso in uscita che ormai ha dimensioni comparabili con quello in entrata, un aspetto che in qualche modo segna uno dei problemi collaterali a un processo di industrializzazione. C’è poi un tema più strategico: un Paese che perde la propria manifattura rischia di entrare in una fase di dipendenza da altre realtà. Quindi c’è anche un grande tema di carattere democratico – sottolinea Orlando – che riguarda purtroppo tutta l’Europa e in particolare l’Italia in quanto seconda manifattura dell’Unione Europea”.

L’obiettivo della reindustrializzazione sia identitario di tutto il centrosinistra. La risposta è europea: debito comune condizione per sostegno a Von der Leyen

“Il paradosso è che le forze politiche che contestano un’eccessiva ingerenza dell’Unione Europea in ambiti che non le sono proprie, poi chiedono all’Europa di svolgere un ruolo che loro stessi contestano. Questa impostazione è diventata un enorme alibi che in qualche modo ha fatto sì che si deresponsabilizzasse progressivamente la dimensione nazionale. Purtroppo il caso dell’acciaio è abbastanza evidente da questo punto di vista”.

“Io vorrei, questa è l’ambizione, che l’obiettivo della reindustrializzazione del Paese fosse un elemento identitario della coalizione del centrosinistra – spiega Orlando – perché penso che ci sia stato un tempo nel quale anche nel centrosinistra, anche europeo, non solo italiano, sia passata l’idea secondo la quale sostanzialmente liberarsi della manifattura significava liberarsi di un peso. Credo che sia stato un errore per tanti aspetti, oggi ne paghiamo alcune conseguenze. Credo anche, questo è il punto su cui la destra non può fare alcun tipo di lezione, che la risposta complessiva non possa che essere di dimensione europea e in questo senso diventa essenziale una battaglia per un debito comune perché politiche industriali senza soldi non se ne fanno e la possibilità di avere un’Europa che sia in grado di svolgere un ruolo passa assolutamente per questo obiettivo politico – conclude Orlando – che credo dovrà essere al centro della nostra campagna elettorale e anche una delle condizioni per il sostegno alla commissione Von der Leyen. Penso che nella negoziazione sulla quale proseguire eventualmente, questo punto sia un punto assolutamente non rinviabile”.

Ex Ilva, la gara fatta dal governo è dei disperati, il ciclo integrato garantisce autonomia strategica

“La gara sull’ex Ilva è una gara dei disperati perché si sono presentate persone che avrebbero detto che ci avrebbero messo un euro. Una gara, quella del Governo, fatta con un bando che diceva sostanzialmente “per favore prendete l’ex Ilva”. Questo non ha nessuna possibilità di affrontare il tema che abbiamo posto della dimensione dell’autonomia strategica di un Paese e di un continente”.

“E quindi bisogna muoversi su alcune questioni fondamentali come quella del costo dell’energia, dove da tempo sosteniamo l’esigenza del disaccoppiamento – spiega Orlando – dell’energia da rinnovabili rispetto al prezzo del gas. Sul nucleare è l’amministratore delegato di Enel che ci ha spiegato che se i piccoli reattori dovessero essere testati e prodotti, saremmo pronti tra 10 anni o forse più. Se l’energia è la condizione del mantenimento della dimensione industriale, c’è il tema della regolazione del prezzo. Da questo punto di vista abbiamo un grosso problema perché siamo il Paese che ha la bolletta più alta a livello europeo e il Paese nel quale i player energetici hanno realizzato il massimo dei profitti della loro storia. E qualche nesso deve pur esserci – osserva Orlando – qualche ragione per cui il disaccoppiamento non è stato fatto neanche temporaneamente come in altri Paesi”.

“Per quanto concerne l’acciaio c’è anche la questione del preridotto che è la condizione dell’autonomia strategica e che non può fare nessuno se non lo Stato, in questo momento. È abbastanza evidente che i fattori di mercato non consigliano quell’investimento. Chi viene a comprarsi l’ex Ilva – conclude l’esponente dem – vuole sbarazzarsi di quel segmento. Nel caso della produzione dell’acciaio l’aspetto che garantisce l’autonomia strategica è il ciclo integrato”.

Sul Ministero delle Imprese siamo sotto la soglia minima di svolgimento di funzione istituzionale 

“Penso ci sia una questione che riguarda il ruolo del Ministero delle Imprese in questa fase storica. Probabilmente bisognerebbe ripensare, anche dopo gli shock che si sono succeduti, la scelta di spacchettare l’energia rispetto al ministero dello sviluppo economico. Il problema è che siamo sotto la soglia minima di accettabilità dello svolgimento di una funzione istituzionale perché se non si ha in tasca nulla come si può proporre un piano nel quale si prevedevano investimenti, tra l’altro in un settore già saturo, senza avere in tasca neanche un assegno di 50 milioni di euro da parte del ministero dell’Economia e delle Finanze e nessun mandato da parte dal Mef”.

Per l’ex Ilva serve un approccio più equilibrato sul futuro, con occhio specifico su Genova

“Penso che si guardi all’ex Ilva non semplicemente come a una crisi aziendale ma come a una crisi sistemica. Nell’intervento sulla crisi sistemica io penso che bisogna trovare in qualche modo, dentro la struttura che dovrà seguire questo processo, un occhio specifico che guardi alla dimensione di Genova, che ha pagato anche il fatto che nel corso del tempo l’attenzione giocoforza si è concentrata sulla dimensione di Taranto. Quindi anche quei pochi soldi che ci sono stati, quella poca capacità di innovazione, si è oggettivamente spostata in quella direzione. Non si tratta tanto di rompere, di dividere, di spacchettare, ma di avere un approccio più equilibrato se non altro nella progettazione del futuro dei diversi segmenti di quella che oggi si chiama Acciaierie d’Italia”.

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